giovedì 3 settembre 2020

 

In nome delle donne e della sanità sarda

2 Settembre 2020


Una paziente oncologica che sia affetta da tumore al seno, qui in terra sarda, sa bene di quanta “pazienza” si debba armare, lungo il proprio percorso di cura.

Sa anche che vorrebbe affrontare in modo definitivo il problema, sia che abbia la possibilità di ricorrere solo ad una asportazione parziale, sia che decida per una mastectomia totale, anche se le mammelle non sono entrambe affette da tumore (mastectomia curativa e preventiva).

Ma sa anche che qui in Sardegna è difficile essere ascoltata, essere compresa nelle proprie individuali aspettative.

Spesso infatti sono i chirurghi a pensare di doversi sostituire alle pazienti nell’esercizio di una decisione così importante, come se la donna non fosse più in grado, dato il suo stato di “fragilità”, di esercitare in piena coscienza il libero arbitrio.

Il tono per lo più assunto dai luminari è di impronta paternalistica, pensando che la donna che ha davanti sia lì lì per trasformarsi in una bimba spaurita e bisognosa di conforto.

Sino a qualche anno fa (io sono stata operata all’IEO nel 2015) non esisteva a Cagliari la possibilità di recuperare chirurgicamente un grave errore commesso in sede di intervento primario; per rimediare occorreva pagare.

Recentemente però si era mosso qualcosa, grazie all’intraprendenza e al profondo senso di umanità di un chirurgo dal curriculum impeccabile e dalla forte determinazione.

Il professor Andrea Figus, Direttore di Chirurgia Plastica e Microchirurgia all’ Università degli Studi di Cagliari e Docente Universitario, ha iniziato ad applicare nella ricostruzione mammaria (IRMA, intervento restitutivo della mammella) un innovativo metodo (DIEP) consistente, grosso modo, nel trasporto di tessuto proprio della paziente (autotrapianto) allo scopo di restituire alla donna mastectomizzata un aspetto esteriore che si avvicini il più possibile a quello desiderato.

La ricostruzione con lembo “DIEP” (deep inferior epigastric perforator) preleva un’ellisse di cute e grasso addominale al di sotto dell’ombelico e lo utilizza per ricostruire la mammella senza rischio di rigetto.

Il grande successo di tali interventi ha donato alla struttura ospedaliera in cui venivano eseguiti, il Policlinico “Duilio Casula” di Monserrato, una risonanza mondiale per la metodologia applicata e il grado di competenza professionale dimostrato.

La voce si è sparsa rapidamente tra tutte quelle donne che, come me, si erano sentite abbandonate a se stesse dopo la dichiarazione di impossibilità di miglioramento di un errore di ricostruzione ad opera del chirurgo di primo intervento (quello asportatorio).

Così, il numero delle richieste essendo cresciuto esponenzialmente, è nata una équipe composta da tre chirurghi, di cui il formatore è stato proprio il prof. Figus.

Recentemente sull’ Unione Sarda è stata pubblicata una commovente e nello stesso tempo esaltante testimonianza di una paziente che ha voluto ringraziare in questo modo chi aveva saputo soddisfare pienamente le sue aspettative di pieno recupero psico-fisico.

(https://www.unionesarda.it/articolo/caraunione/2019/10/10/tutti-mi-dicevano-di-curarmi-altrove-ma-la-sanita-sarda-funziona-127-938452.html )

Ma la lista delle aspiranti all’intervento ricostruttivo secondario ha subito una netta battuta d’arresto, complice l’emergenza COVID 19 con tutte le problematiche da essa derivate nell’ambito dell’assistenza sanitaria pubblica.

Davvero non si può far niente per superare questa grave impasse? Mi sembra che questa situazione sia di notevole gravità sostanzialmente per due motivi: innanzitutto perché si assiste all’ennesima profonda delusione vissuta dalle pazienti oncologiche che, già traumatizzate da una ricostruzione mal riuscita o del tutto errata,

speravano di poter finalmente porre rimedio al danno subìto, più psicologico che fisico, senza dover spendere cifre per loro del tutto insostenibili.

In secondo luogo, ma non meno importante, il gravissimo danno di immagine subìto dalla città di Cagliari, dall’intera Sardegna, e nello specifico dalla struttura ospedaliera del Policlinico Universitario: le recenti ed ulteriori restrizioni finanziarie e di personale hanno reso impossibile all’équipe chirurgica di tener fede ai propri impegni presi con pazienti inserite in una graduatoria già di per sé tanto lunga da prospettare la possibilità di intervento con un’attesa di almeno 360 giorni dal momento dell’iscrizione.

A nome di tutte le altre centinaia di pazienti di nuovo abbandonate a se stesse,mi rivolgo alla comunità cagliaritana e ancor più alle autorità competenti chiedendo con forza un serio ed improrogabile impegno al fine di ovviare quanto prima a questo gravissimo disagio.


venerdì 22 maggio 2020




Ci sono madri che, preso un foglio e delle matite colorate, consegnando il tutto al proprio figlio, lo incaricano di un disegno per lei e, nel frattempo, si concedono di sprofondare nei propri territori privati.

Altre che si occupano alacremente della preparazione della prole e, pettinata e infiocchettata, la consegnano a chi di dovere a seconda dell'orario e del calendario settimanale, per poter trascorrere gli intervalli di tempo in altre faccende affaccendate.

Altre ancora che passano il tempo a plasmare i figli in base alle regole della convenienza e del rigore fine a se stesso, privandoli della loro identità.

C'è poi quella madre che, orfana di parto, cresciuta in caserma da un padre addolorato e solo, e da zie affettuose ma fredde del calore materno, è diventata una madre che ha nascosto l'amore sotto la prassi quotidiana, la correttezza razionale, la mediazione con un marito ingombrantemente infantile, riscattandosi poi coi nipoti.

E quell'altra che, vissuta la guerra nella sua tragica devastazione, privata del modello di madre incondizionatamente amorevole, cresciuta nel totale abbandono affettivo, è giunta all'età adulta ancora bambina, comportandosi come tale con le figlie, costrette ad essere le sue confidenti sin dall'infanzia, e da adulte risucchiate dalla sua fame d'attenzione narcisistica.

E altre madri.
Come quella che ancora si intenerisce al ricordo di una pipì sparata verso l'alto da un cucciolo minuscolo e indifeso, tuttavia forte nella sua prepotenza vitale, o a quello di una focaccina calda il cui unico interesse era mangiare, dormire e lievitare.
Quella che baciava adorante paffuti piedini e curava piaghette neonatali con perizia chirurgica. Che spalmava sul culetto ustionato manate di pomata pregando che il dolore cessasse presto.
Quella che pensa con nostalgia ad un pollicetto schiacciato dal tanto succhiare, ad un naso sempre gocciolante da ripulire al grido “soffia, soffia”...
Quella che aveva accompagnato a suon di sculacciate nella strada del ritorno a casa una fantolina che, per la prima, ed ultima, aveva osato far capricci davanti alla vetrina di un negozio; che, intenta a lavare i piatti in una livida mattina invernale, scarmigliata ed assonnata, aveva respinto col piede, con violenza, un piccolo che si muoveva carponi cercando di arrampicarsi alla sua gamba.
Quella che aveva salvato da morte certa lo stesso bimbo, pronto, sul bordo del balcone di cucina, a precipitare giù.
Che aveva consolato una bimba profondamente offesa da un nonno vigile che l'aveva rimproverata per essere stata investita da un motorino sulle strisce pedonali; che l'aveva già consolata perchè una maestra l'aveva accusata di non amare Gesù Bambino.
Quella madre che più volte aveva strattonato con violenza il figlio per i suoi insuccessi scolastici, disperata non per il fatto in sé, ma per il terrore che non sarebbe riuscito a farsi valere e rispettare, a far riconoscere la sua intelligenza al mondo intero... Quella che, in un impeto di scoraggiamento, aveva pestato sul tavolino una caraffa giocattolo, rompendola davanti agli occhi della sua piccola proprietaria...
Quella stessa madre che, dopo la furia e la violenza, chiedeva scusa ai propri figli, spiegando di aver sbagliato, troppo stanca e vulnerabile. Quella madre che sempre ha ricevuto il loro generoso perdono.
Quella madre che al ritorno dal lavoro, dopo dieci, quindici ore filate di assenza, veniva aggredita da due figli affamati di coccole che la rovesciavano a terra in anticamera, con borse e tutto, e li rovinava di baci sparpagliati.
Quella madre che non sapeva quanto più dura sarebbe stata l'adolescenza, con il peso delle cose che si accumulavano non dette e che all'improvviso esplodevano, chiedendo aiuto e totale abnegazione.
Quella madre che ora è testimone di un lento definirsi e sbocciare, che ripaga, ma ancora non compiutamente. Che attende però fiduciosa. Che ancora sarebbe disposta a dare la vita per loro.

martedì 17 marzo 2020




La pulizia etnica della Palestina:
Ilan Pappè e la definizione retroattiva della nakba palestinese.

Leggere per la prima volta "La pulizia etnica della Palestina" (Ilan Pappe, 2007) è stato per molti di noi il passo fondamentale per entrare col cuore e con la mente nel vivo della questione palestinese.
Ma rileggerla per la seconda volta è stato decisamente illuminante sul piano della fenomenale forza persuasiva delle terminologie specifiche in campo storiografico.

Sappiamo quanto sia stata vivace la querelle storiografica tra i due più celebri studiosi della Nuova Storiografia post-sionista, da una parte Benny Morris, cauto nel descrivere i fatti del '48 relativi alla formazione dell'entità israeliana, e Ilan Pappe, che con pazienza metodologica ha smontato in forma definitiva quanto affermato dal suo avversario, secondo cui l'esodo palestinese sarebbe stato una conseguenza diretta della guerra del '48, mentre i dati storici mesi a disposizione con l'apertura degli archivi britannici e israeliani non erano sufficienti a provare che l'espulsione dei palestinesi dalla loro terra fosse il prodotto di un piano epurativo deliberato.

Benny Morris
Ilan Pappè




Secondo Ilan Pappè, al contrario, l'esodo palestinese può essere


considerato la diretta conseguenza di una politica pianificata da David


Ben Gurion ben prima della proclamazione dello Stato d'Israele e messa


in opera dalle milizie ebraiche dietro precisi e dettagliati ordini


esecutivi.


E qui entra in ballo il concetto di "pulizia etnica", sul quale Ilan Pappè


imposta tutta la sua ricostruzione storica degli eventi della Nakba


palestinese.






Se di "contributo positivo" si può parlare quando si osserva ciò che ci
ha lasciato una guerra tanto cruenta e crudele come quella della 
ex-Iugoslavia, ebbene, tale lascito può essere individuato nell'arricchimento terminologico alla disciplina storiografica.
L'espressione pulizia etnica nasce in corrispondenza di tale conflitto ad opera dei giornalisti che per primi si sono trovati a rendere conto delle violazioni dei diritti umani compiute in Bosnia-Erzegovina e Croazia.


Si tratta di una definizione entrata nell'uso popolare negli anni novanta del 


secolo scorso ad opera dei mass-media, che hanno fatto propria l'espressione 


serbo-croata etničko čišćenje usata per documentare gli atti di violenza sulla 


popolazione perpetrati durante la guerra civile nella ex-Iugoslavia.


L'allora Relatore Speciale della Commissione dei Diritti Umani, Tadeusz Mazowiecki, dal 1992 in poi si servì più volte dell'espressione ethnic cleansing nel descrivere e definire i gravi atti di violazione dei diritti umani durante quella guerra genocida.
Una definizione puntuale di essa come un insieme di azioni direttamente o indirettamente ricollegate ad operazioni militari, commesse da un gruppo contro i membri di altri gruppi etnici che vivano nello stesso territorio, venne poi stilata dallo studioso Drazen Petrovic nel suo lavoro dal titolo Ethnic cleansing: an attempt at methodology (in "European Journal of International Law", volume 5, issue 3, Symposium: The Yougoslav Crisis: New International Law Issues, Oxford University Press, 1 january 1994, pages 342-359).
Un altro interessante contributo al dibattito semantico fu fornito dal uno studio di Antonio Ferrara, Il problema della pulizia etnica, col quale la questione terminologica assurse a livello di vero e proprio "problema storiografico". In esso si afferma che la realtà che oggi comunemente indichiamo con la definizione di pulizia etnica ha costituito una costante di gran parte della storia europea del '900, ben prima dei fatti della guerra della ex-Iugoslavia.
Si tratta di vicende di persecuzione etnica che hanno rappresentato in concreto la progressiva affermazione del concetto moderno di stato-nazione di tipo europeo-occidentale basato sulla distinzione tra blocchi omogenei di popolazione su base culturale, religiosa o linguistica.


Sotto quest'ottica la pulizia etnica assurge a concetto ideologico e politico, avulso dalla sua realizzazione pratica, laddove esso è visto come strumento indispensabile al raggiungimento di un precipuo obiettivo.
Il suo fine può essere definito a livello politico come un irreversibile cambiamento della struttura demografica, della creazione di territori etnicamente omogenei in favore di una particolare porzione etnica rispetto ad altre.
Il telos conclusivo è lo sterminio di interi gruppi etnici e perfino delle tracce della loro precedente presenza (distruzione della memoria di un popolo attraverso la cancellazione delle sue manifestazioni culturali).

I 12 capitoli del testo dello studioso israeliano, introdotti ciascuno da una citazione ad hoc strettamente inerente agli argomenti in essi trattati, sono preceduti da una prefazione intitolata "La casa rossa".
L' epilogo, il cui titolo è "La serra", chiude il cerchio che la prefazione aveva aperto: esso infatti ci riconduce al luogo in cui il famigerato Piano Dalet (il progetto dettagliato di allontanamento dei palestinesi dalla loro terra) era stato orchestrato e messo in atto.
Oggi "La Serra" è il nome che gli israeliani hanno dato al circolo dei docenti dell'università di Tel Aviv.
Non lontano da questo sito, nella Yarkon Street, come riferito nella prefazione, si trovava la "casa rossa", un edificio costruito nell'antica città da architetti modernisti negli anni Venti, nato per ospitare la sede del consiglio dei lavoratori. Perse tale funzione verso la fine del '47, quando "divenne il quartier generale dell'Haganà, la prima organizzazione armata clandestina sionista di Palestina".
Bella era quella casa, bianca come tutta la parte della "città bianca", caratterizzata dalle costruzioni in stile internazionale con riferimenti espliciti al Bauhaus.


Era detta "rossa" forse perché legata ad un'associazione di impostazione socialista. Nel 1970 sarà l'ufficio centrale del movimento israeliano dei kibbutz. Oggi al posto della casa c'è un parcheggio.

Come incipit al primo capitolo l'autore appone la seguente citazione:
E' parere di chi scrive che la pulizia etnica sia una politica ben definita di un particolare gruppo di persone per eliminare sistematicamente un altro gruppo da un certo territorio, su basi di origine religiosa, etnica o nazionale. Tale politica implica violenza ed è spesso associata ad operazioni militari. Deve essere realizzata con tutti i mezzi possibili, dalla discriminazione allo sterminio, e comporta l'inosservanza dei diritti umani e delle leggi umanitarie internazionali... La maggior parte dei metodi di pulizia etnica costituiscono gravi violazioni della Convenzione di Ginevra del 1949 e dei Protocolli supplementari del 1977. (Drazen Petrovic, "Ethnic cleansing. An attempt at methodology", in "European journal of international law").
Le gravi violazioni di cui parla Petrovic sono quelle commesse dagli attori della pulizia etnica nella ex-Iugoslavia, principalmente croati e serbi.

Il parallelo retroattivo con gli atti di violenza perpetrati dai sionisti nei confronti della popolazione palestinese è immediato. Lo studioso, nel capitolo primo, ricorda che fu lo stesso Dipartimento di Stato statunitense a definire il concetto di pulizia etnica come espulsione forzata del maggior numero possibile di residenti "estranei" volta ad omogeneizzare una popolazione etnicamente mista in una particolare regione, e aggiunge che parte essenziale della pulizia etnica è costituita dall'annullamento della storia di quel territorio con ogni mezzo possibile.
Ancora lo stesso Dipartimento, ricorda Pappè, indica come metodo più comune utilizzato a tal fine sia quello di creare "un'atmosfera che legittimi atti di rappresaglia e vendetta".
Così, secondo le parole usate dallo stesso autore, "il risultato finale (...) è l'insorgere del problema dei profughi. Il Dipartimento di Stato ha considerato, in particolare, quanto avvenuto nel maggio del 1999 a Pec, nel Kosovo occidentale. Pec fu svuotata in ventiquattr'ore, un risultato che sarebbe stato possibile raggiungere solo grazie ad una pianificazione pregressa seguita da una messa in atto sistematica. Per velocizzare l'operazione ci furono anche sporadici massacri. Quel che accadde a Pec nel 1999 ebbe luogo, quasi allo stesso modo, in centinaia di villaggi palestinesi del 1948".

Pappè quindi ci fornisce senza ombra di dubbio la chiave più corretta per interpretare il suo lavoro di ricostruzione storica della Nakba, forse nell'intento di non lasciare nulla al caso, di non consentire critiche inopportune e ideologicamente impostate: incentra la tesi della sua opera sulla convinzione che la creazione dello stato di Israele abbia in realtà coinciso con la messa in atto di un chiaro progetto di pulizia etnica su basi ideologiche e politiche.
Nella Prefazione al suo libro, dichiara esplicitamente di voler "sostenere la fondatezza del paradigma della pulizia etnica" e di volersene servire per "sostituire il paradigma della guerra come base per la ricerca accademica e per il dibattito pubblico sul 1948". Inoltre aggiunge che "l'adozione del prisma della pulizia etnica permette facilmente di penetrare il manto di complessità che i diplomatici di Israele, quasi istintivamente, esibiscono e dietro il quale gli accademici di Israele si nascondono abitualmente nel respingere i tentativi esterni di criticare il sionismo e lo Stato ebraico per la sua politica e il suo comportamento.

Come dire: se si tratta solo di un problema di definizione, se è solo perchè mancavano ancora le parole giuste per definire cosa è stata realmente la costruzione dello stato di Israele, allora il problema è all'improvviso risolto. Le atrocità della guerra nella ex- Iugoslavia, rivelando di quanto male fosse ancora capace l'uomo europeo, che credevamo vaccinato da fascismi, colonialismi imperialistici, smanie di superiorità e purezza razziali, che dopo la caduta del Muro di Berlino vedevamo lanciato verso le magnifiche sorti e progressive del post guerra-fredda, sembra abbiano avuto la macabra necessità di compiersi al fine di insegnarci le parole più adeguate a definire ciò che già, pur senza essere detto nei modi appropriati, era accaduto.

D.Spada.










lunedì 16 marzo 2020


Di madre, e padre, in figlie...





Intenerirsi davanti agli uccellini accorsi a becchettare le briciole e i semi sparsi da mamma davanti alla porta di casa. Una cosa che sicuramente non aveva mai avuto il tempo di fare, mai l'attenzione, durante la sua età lavorativa.
Dentro gli si formò un groppo di pianto, e un sorriso sulle labbra. Così alla figlia, nell'accorgersi di questo piccolo miracolo.
Tenerezza sempre stata presente, mai accolta, mai riconosciuta, premiata, in mezzo alle bufere del rancore folle.
Che tutto gli fosse imputato a colpa era normale. Il maschio stupido, limitato, incapace.
Ma i maschi li facciamo noi, così.

Trovato in un mare di abbandono, contro il muro sporco di nero rigettato. Gli occhi chiusi, aspettava, implorava la morte, provando per se stesso pena, come oggetto a sé, orfano, in attesa di un ricongiungimento salvifico.
Madre, perché mi hai abbandonato?

Sul pavimento del loggiato, rosso mattone, i cavalletti appoggiati per sostenere le persiane, una alla volta da lucidare con l'olio di lino, profumato. Imparavo a lavorare, e non lo sapevo. La fatica compensata dal piacere dei gesti e dalla soddisfazione del fatto. Come poi sarebbe sempre stato.
Devono imparare a vivere.
Imparare a vivere comportò il dolore del padre, in attesa ogni volta del ritorno delle figlie. Sempre lo stesso dolore, incomunicabile, neanche alla moglie, che disprezzava l'ansia dell'attesa, il panico per i pericoli che il dovere di magister vitae lo obbligava ad affrontare, mai rifiutando un permesso ad andare fuori dal nido.

E il maschio la offese, la deluse, la tradì. Non era come sempre le avevano detto, come aveva creduto, cosa sua. Per contratto. Era fuori controllo, tutto, e tutto avrebbe dovuto essere creato, lavorato, modellato con quotidiano impegno per ricondurlo nei ranghi. Ma non aveva mai imparato a nuotare; a galleggiare, sì; a nuotare però mai, a prendere il ritmo della bracciata col mare piatto, a spezzare l'onda col mare grosso. Solo attesa, neanche paziente, resilienza.
E poi, rabbioso disprezzo, rivendicazione urlata.

Aperto l'armadio subito il suo odore. Le stoffe degli abiti appesi, il viso tuffato dentro a respirarle, col soffice del collo di pelliccia di volpe argentata. Le sottovesti di stoffe fluide, da principessa, da indossare. Lunghe sino ai piedi, con le scarpe col tacco in cui il piedino scivolava in avanti, e a camminare si faceva un suono vuoto e martellante. E le borsette erano lì, da aprire, da frugare alla ricerca di qualcosa di suo, di mio.
Seduta dentro l'armadio aperto, ad aspettare il suo ritorno dalla spesa, ricevevo come una benedizione salvifica il suono del campanello e il suo odoroso ritorno.

Quanto tempo ci vuole per accordare un'arpa? A volte, finito di farlo, rimane poco tempo per suonare...
Quanto tempo ci è voluto per accordare se stessi al mondo, alla famiglia? Tanto quanto un'intera vita... Tanto quanto serve a ritrovare la forza di iniziarne un'altra.


D.Spada.



Seconda giovinezza.

Ad una certa età viene da comportarsi così. Prendi Ada. Non riesce a stare ferma a casa, deve uscire, e fa danno. Anzi, non ne fa, ma è un modo di dire. A una certa età viene da comportarsi così. Ne so qualcosa.
Una smania di mettersi in mostra, un'energia che prorompe, senza freni, in ogni direzione. Un'intelligenza che sembra espandersi grazie all'intensificarsi dei sensi. Un bluff di madre natura. Un bluff degli ormoni, che riposino in pace.
Chi ne è preda è ignaro del paradosso. Un vulcano di tensioni esplorative che si muovono da sole dentro un cervello che, di suo, ne farebbe a meno. Dentro un corpo che, di suo, ne farebbe ancor più a meno.
Andiamo, il contrasto è evidente. La sfacciataggine adolescenziale in una struttura in via di appassimento. Questo è veramente chiedere troppo.
E così nella vita siamo costretti a sopportare due grosse esplosioni chimiche: la prima, quando siamo ancor privi, per difetto,di strumenti adeguati, la seconda,quando i nostri strumenti si fanno ormai del tutto inadeguati a reggerla.
Ma tutto questo è storia.
Ada, invece, ne è preda.
Che fatica e, nello stesso tempo, che estasi! Da dentro il vortice, si ringrazia di tanta pienezza. Uscitine, esausti si ringrazia, finalmente consapevoli di esserlo.

Si scende dalla giostra, ancora increduli di essere sopravvissuti ed un tantino delusi, come quando finisci il gelato e ti resta solo da sgranocchiare un cono asciutto ed insapore.
Ma poi scopri altro, che più s'addice ad una tazza di malva e madeleines.

D. Spada





Taste  of cement.
(Ispirato alle immagini dell'omonimo film di Ziad Kalthoum – Germania/Libano/Siria/EAU/Qatar, 2017 - sulla perenne distruzione e ricostruzione di Beirut).


Cava, sventramento della terra
martello pneumatico insiste sul sottofondo
di cani che abbaiano

insediamenti umani distesi, case
distrutte e nuove, palazzi,
rumori di città che crescono sulle macerie
di costruzioni cicliche

il sogno di casa ricorre
nella mente dell'operaio
straniero
tra tagli fotografici geometrici
e
sbarre che tagliano come prigioni

sguardi tristi, assenti, interrotti
dalla vista lontana di un mare
urbano,
promessa
di altri linguaggi

costruzione
distruzione
ricostruzione
colata di cemento
denso
come il mare algoso
vento gelido tra le gru

Beirut vista dall'alto mozza
il fiato, svetta il cedro
del Libano nella bandiera

scorrono negli smartphone notturne
visioni
di Siria distrutta
Dai giacigli di case sotterranee
operai scavati dalla perdita
trattengono fiato
ed emozioni
imponendo a se stessi monastici rituali,
ferrea disciplina
di corpo e indumenti ripuliti
in preghiera

(muri prima vivi
schiantati
da esplosioni
tornano aria polverosa e tomba
di vita)

Sott'acqua, in quel mare, ruggine di detriti meccanici, un carrarmato
ricoperto di alghe e gusci di molluschi

armature di acciaio come spine di dolore
assistono al cambio del gruista
in controluce
che di giorno è nell'aria
vertiginosa,
di notte attende sottoterra
la ripresa del ciclo

(anche suo padre costruiva palazzi,
respirava cemento
e ci dava dentro col martello,
a gara con le mazze,
a gara a chi fa più forte,
smaniando rinascita)

e sega, e trapana, e piega
e spandi cemento fresco sui nodini d'acciaio
e spara e spacca e distruggi
blocchetto su blocchetto,
colpo su colpo
bombardando una distruzione
di muri tirati su
con paziente metodo
e fiducia
e speranza e distrutti
con altrettanta
dedizione metodica,
precisa

E di nuovo la risacca del mare,
di nuovo notte,
panni umidi che stentano
ad asciugare
al ventilatore giù nel sotterraneo
dove si sta
come sott'acqua

(nelle orecchie le urla dei bambini impazziti
le grida dei soccorritori
formicaio brulicante,
inferno in terra, l'unico
reale

si esulta per il ritrovato,
incitando a far presto,
il sepolto vivo si affida
alle mani lacerate di chi scava
e non è il terremoto,
ma l'uomo

la veste agguantata, il braccio
afferrato e tirato,
morto il gattino,
il bambino è vivo...)


Là sotto la pioggia si diffonde ovunque
colando e gocciolando
nella casa degli schiavi
addormentati dopo aver svitato l'ultima lampadina

radioso il mattino di dio,
rinnovata condanna che nutre la speranza
silenzio di uccelli che induce
alla calma prima del
rinnovato frastuono

daccapo il vortice
febbrile ricostruisce
la distruzione di una guerra
ricominciata

la madre
si è addormentata sul tavolo

il mare, unico,
accoglie


D.S.
28/XII/2017

La femminilità negata

16 giugno 2018


[Daniela Spada]
Mia madre, che oggi ha ottantasette anni, si è fatta femminista da sola, andando di nascosto da mio padre ai comizi delle donne radicali che negli anni settanta diffondevano il seme della presa di coscienza al tempo delle battaglie per la legge sull’aborto. E’ stata anche una fervente divulgatrice della prevenzione del tumore al seno e all’utero, insegnando alle sue tre figlie l’importanza del ruolo della donna nella società.
Da lei ho imparato tutto quello che riguarda la prevaricazione del maschio sulla femmina nella società moderna, quella palese e quella occulta. Andavo a fare il Pap test già all’epoca in cui l’unico centro facilmente raggiungibile era quello di via Gorizia, dal quartiere di San Benedetto ci si arrivava con l’uno, e poi tutta una salita, da arrivare col fiatone, fradice di pioggia o in un bagno di sudore. Ti spiegavano che era nel tuo interesse, che era un tuo diritto e un tuo dovere. Così siamo cresciute credendoci.
Con incrollabile convinzione le meno fortunate si sono ritrovate, decenni dopo, ad essere tra le elette dal male oncologico. Così con coraggio si affronta la questione, impegnandosi sin da subito ad uno sforzo di razionalizzazione che ti consenta di affrontare la cosa col maggior distacco possibile, ripetendo dentro di te il mantra “io non sono una malata, sono una persona”.
Disciplinate da sempre, le donne non arretrano ma, per eccesso di zelo, stringono i denti e danno il massimo per non farsi definire ancora una volta il “sesso debole”. D’altronde siamo nel terzo millennio, vuoi che ancora sia diffusa la mentalità paternalistica e sciovinista del maschio latino d’antàn?
Così cerchi subito il luminare consigliato il cui nome emerge dalle prime confidenze alle amiche più strette. Il primo in cui ti imbatti ti accoglie con un sorriso esagerato, come se ti conoscesse da tempo, e subito ti dà del tu. Tu pensi che si sia confuso con qualcun’altra di sua conoscenza, ma no, questo incamiciato bassotto ed anzianotto ma visibilmnente compiaciuto di sé sta dando del tu proprio a te, professoressa di lettere, combattente e resistente, di anni 53 suonati. Con la più soave nonchalance ti informa di essere capitata in buone mani, che si occuperà lui del tuo caso, che ti opererà subito e ti toglierà una intera mammella, quella malata, e che ti lascerà così, monca, per un tot di tempo imprecisato prima di impegnarsi in un lavoro di ricostruzione.
Allibita gli spiego che non era proprio questo ciò che speravo e che in altri centri la ricostruzione si effettua contestualmente alla mastectomìa. La carezza che mi allunga sul viso con fare mellifluo e a suo parere rassicurante mi spinge a fuggire. Il secondo luminare della lista mi riceve in uno studio che pare la stanza dei giochi di un bimbo dell’ottocento, con una vistosa ricostruzione in scala di un casotto del Poetto di vecchia memoria.
Tutto intorno polvere, pratiche accatastate, penombra angosciosa. L’uomo, anziano e con visibili postumi da ictus, mi chiede spudoratamente di avvicinarmi a lui e di aprirmi la camicetta. Eseguo, sollevando anche il reggiseno, e le mie voluminose mammelle fanno bella mostra di sè in barba all’imbarazzo della loro proprietaria. Sento che c’è qualcosa che non va, che questa procedura non è propriamente quella di una visita senologica professionale. Ma tant’è, ormai è fatta; lui dà uno sguardo al panorama e mi dice che può bastare. Come un automa lascio al luminare i miei esami di laboratorio, dietro sua richiesta, e fuggo mentre mi bofonchia la data del prossimo appuntamento ad avvenuto studio della lastra.
Il secondo incontro produce in me uno stato misto di incredulità e lieve senso di presa per i fondelli: il computer del reparto non è riuscito a leggere il cd e dobbiamo rifare la mammografia. Per tutta risposta ingiungo al luminare di restituirmi le mie carte e mi allontano decisa a non farmi più rivedere da quelle parti. All’ennesima confidenza tra amiche, altre, non quelle di prima, decido il grande passo: varcare il mare ed approdare alla mia terra natìa (Milan l’è semper un gran Milan). Di quei luoghi si narrano mirabilia, che vai, ti operano in quattr’e quattr’otto e torni più bella di quanto non sia mai stata. Neanche Renzo Tramaglino fu tanto ingenuo e fiducioso all’ingresso in città, nel bel mezzo di un tumulto per il pane, convinto che presto si sarebbe fatta giustizia e che il popolo avrebbe visto soddisfatti i propri bisogni così giustamente rivendicati.
Mi metto nelle mani di due chirurghi, uno più giovane dell’altro, ai quali espongo il mio caso e i miei desiderata. Oggi so che dei miei desiderata ne han fatto quel che ne han fatto, da un orecchio entrati e dall’altro usciti. Ma allora non sapevo, pensavo che l’immagine di efficienza e professionalità cortese corrispondessero pienamente ad una sostanza operativa. Invece le cose sono andate diversamente. Probabilmente non è credibile una donna che dice di non tenere affatto alla dimensione del proprio seno, probabilmente se dice così è perché è scossa, poverina, è spaventata dalla patologia di cui è caduta vittima, è senz’altro depressa e , in quanto tale, va aiutata. Noi la aiuteremo.
Noi le restituiremo un seno che ricordi il più possibile quello attuale, affinché la sua femminilità non ne sia danneggiata (quale femminilità? esiste una femminilità che si possa definire oggettivamente? e questa oggettività chi me la definisce, il chirurgo oncologo? il senologo? quindi esiste il criterio oggettivo che stabilisce che non c’è femminilità senza un seno grosso, procace?).
Fatto sta che mi risveglio, dopo l’intervento, con una mammella, la sinistra, ridotta al minimo possibile, mentre la destra, mastectomizzata, traformata in una palla dura e tesa all’estremo.
Ma la protesi non è un po’ troppo grande? No, signora, non si preoccupi, va tutto bene, abbiamo fatto un ottimo lavoro, presto si rimetterà e sarà tutto passato. Grazie, davvero, buongiorno e buonasera. Torno a casa, la mammella sinistra si riprende alla grande, la destra però, che strano, non riesce a recuperare, la ferita non cicatrizza, la ferita si trasforma, peggiora… rigetto!
Perché questo rigetto, dottore? Non si preoccupi, può capitare, torni che la ricuciamo. Mi ricuciono, torno a casa, ma la ferita non rimargina… Torni signora, vediamo cosa si può fare, vedrà che tutto andrà a posto… e intanto sono passate le settimane, i mesi, marzo, aprile, maggio… e all’improvviso lo squarcio, irrimediabile.
Le prenoto con urgenza la sala operatoria, arrivi al più presto. Mia sorella mi accompagna, non c’è tempo neanche per pensare, è tutto un lungo attimo col cuore in gola e la mente assente. Operata e dimessa in giornata torno in albergo e passo una notte di sonno cupo. Mi sveglio malata, dentro. Entro in bagno. Davanti allo specchio anonimo dell’albergo si apre lo spettacolo di una donna con una sola mammella. Di una non donna. Di una pantofola vecchia che non ha più speranza.
Infatti l’esimio chirurgo oncologo così si esprime nel nostro ultimo incontro, l’ultimo viaggio non più della speranza ma della feroce e definitiva disillusione: il nostro percorso è finito, noi non possiamo applicare nessun tipo di tecnica ricostruttiva perché la pelle disponibile è insufficiente, ricucita alla meglio sul pettorale a formare una cicatrice che pare una smorfia mobile, ogni volta che il muscolo si contrae. E anche in un prossimo futuro un intervento riparatore sarebbe tutto a mio carico.
Grazie per la femminilità restituita. Grazie per esservi messi al posto di una donna, di un essere che a voi è assolutamente estraneo e che continuate tuttavia a gestire come fosse una cosa vostra, che vi appartiene, come costola di cui rivendicate ancora il possesso e, forse, la restituzione.