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La
pulizia etnica della Palestina:
Ilan
Pappè e la definizione retroattiva della nakba palestinese.
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Leggere
per la prima volta "La pulizia etnica della Palestina"
(Ilan Pappe, 2007) è stato per molti di noi il passo fondamentale
per entrare col cuore e con la mente nel vivo della questione
palestinese.
Ma
rileggerla per la seconda volta è stato decisamente illuminante sul
piano della fenomenale forza persuasiva delle terminologie specifiche
in campo storiografico.
Sappiamo
quanto sia stata vivace la querelle
storiografica tra i due più celebri studiosi della Nuova
Storiografia post-sionista, da una parte Benny Morris, cauto nel
descrivere i fatti del '48 relativi alla formazione dell'entità
israeliana, e Ilan Pappe, che con pazienza metodologica ha smontato
in forma definitiva quanto affermato dal suo avversario, secondo cui
l'esodo
palestinese sarebbe stato una conseguenza diretta della guerra del
'48, mentre i dati storici mesi a disposizione con l'apertura degli
archivi britannici e israeliani non erano sufficienti a provare che
l'espulsione dei palestinesi dalla loro terra fosse il prodotto di un
piano epurativo deliberato.
Benny Morris
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Ilan Pappè
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Secondo
Ilan Pappè, al contrario, l'esodo palestinese può essere
considerato
la diretta conseguenza di una politica pianificata da David
Ben
Gurion ben prima della proclamazione dello Stato d'Israele e messa
in
opera dalle milizie ebraiche dietro precisi e dettagliati ordini
esecutivi.
E
qui entra in ballo il concetto di "pulizia etnica", sul
quale Ilan Pappè
imposta
tutta la sua ricostruzione storica degli eventi della Nakba
palestinese.
Se
di "contributo positivo" si può parlare quando si osserva
ciò che ci
ha
lasciato una guerra tanto cruenta e crudele come quella della
ex-Iugoslavia,
ebbene, tale lascito può essere individuato nell'arricchimento
terminologico alla disciplina storiografica.
L'espressione
pulizia etnica nasce in corrispondenza di tale conflitto
ad opera dei giornalisti che per primi si sono trovati a rendere
conto delle violazioni dei diritti umani compiute in
Bosnia-Erzegovina e Croazia.
Si
tratta di una definizione entrata nell'uso popolare negli anni
novanta del
secolo scorso ad opera dei mass-media,
che hanno fatto propria l'espressione
serbo-croata etničko
čišćenje usata
per documentare gli atti di violenza sulla
popolazione perpetrati
durante la guerra civile nella
ex-Iugoslavia.
L'allora
Relatore Speciale della Commissione dei Diritti Umani, Tadeusz
Mazowiecki, dal 1992 in poi si servì più volte
dell'espressione ethnic cleansing nel descrivere e definire
i gravi atti di violazione dei diritti umani durante quella guerra
genocida.
Una
definizione puntuale di essa come un insieme di azioni direttamente o
indirettamente ricollegate ad operazioni militari, commesse da un
gruppo contro i membri di altri gruppi etnici che vivano nello stesso
territorio, venne poi stilata dallo studioso
Drazen Petrovic
nel
suo lavoro dal titolo
Ethnic
cleansing: an attempt at methodology (in
"European Journal of International Law", volume 5, issue 3,
Symposium: The Yougoslav Crisis: New International Law Issues, Oxford
University Press, 1 january 1994, pages 342-359).
Un
altro interessante contributo al dibattito semantico fu fornito dal
uno studio di Antonio
Ferrara,
Il
problema della pulizia etnica, col
quale la questione terminologica assurse a livello di vero e proprio
"problema storiografico". In esso si afferma che la realtà
che oggi comunemente indichiamo con la definizione di pulizia
etnica ha costituito una costante di gran parte della storia
europea del '900, ben prima dei fatti della guerra della ex-Iugoslavia.
Si
tratta di vicende di persecuzione etnica che hanno rappresentato in
concreto la progressiva affermazione del concetto moderno di
stato-nazione di tipo europeo-occidentale basato sulla distinzione
tra blocchi omogenei di popolazione su base culturale, religiosa o
linguistica.
Sotto
quest'ottica la pulizia etnica assurge a concetto ideologico e
politico, avulso dalla sua realizzazione pratica, laddove esso è
visto come strumento indispensabile al raggiungimento di un precipuo
obiettivo.
Il suo fine può essere definito a livello politico
come un irreversibile cambiamento della struttura demografica, della
creazione di territori etnicamente omogenei in favore di una
particolare porzione etnica rispetto ad altre.
Il
telos
conclusivo
è lo sterminio di interi gruppi etnici e perfino delle tracce della
loro precedente presenza (distruzione della memoria di un popolo
attraverso la cancellazione delle sue manifestazioni culturali).
I
12 capitoli del testo dello studioso israeliano, introdotti ciascuno
da una citazione ad
hoc
strettamente inerente agli argomenti in essi trattati, sono preceduti
da una prefazione intitolata "La casa rossa".
L'
epilogo, il cui titolo è "La serra", chiude il cerchio
che la prefazione aveva aperto: esso infatti ci riconduce al
luogo in cui il famigerato Piano
Dalet (il
progetto dettagliato di allontanamento dei palestinesi dalla loro
terra) era stato orchestrato e messo in atto.
Oggi
"La Serra" è il nome che gli israeliani hanno dato al
circolo dei docenti dell'università di Tel Aviv.
Non
lontano da questo sito, nella Yarkon Street, come riferito nella
prefazione, si trovava la "casa rossa", un edificio
costruito nell'antica città da architetti modernisti negli anni
Venti, nato per ospitare la sede del consiglio dei lavoratori. Perse
tale funzione verso la fine del '47, quando "divenne il quartier
generale dell'Haganà, la prima organizzazione armata clandestina
sionista di Palestina".
Bella
era quella casa, bianca come tutta la parte della "città
bianca", caratterizzata dalle costruzioni in stile
internazionale con riferimenti espliciti al Bauhaus.
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Era
detta "rossa" forse perché legata ad un'associazione di
impostazione socialista. Nel 1970 sarà l'ufficio centrale del
movimento israeliano dei kibbutz. Oggi al posto della casa c'è un
parcheggio.
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Come
incipit al primo capitolo l'autore appone la seguente citazione:
E'
parere di chi scrive che la pulizia etnica sia una politica ben
definita di un particolare gruppo di persone per eliminare
sistematicamente un altro gruppo da un certo territorio, su basi di
origine religiosa, etnica o nazionale. Tale politica implica violenza
ed è spesso associata ad operazioni militari. Deve essere realizzata
con tutti i mezzi possibili, dalla discriminazione allo sterminio, e
comporta l'inosservanza dei diritti umani e delle leggi umanitarie
internazionali... La maggior parte dei metodi di pulizia etnica
costituiscono gravi violazioni della Convenzione di Ginevra del 1949
e dei Protocolli supplementari del 1977. (Drazen
Petrovic, "Ethnic cleansing. An attempt at methodology", in
"European journal of international law").
Le
gravi violazioni di cui parla Petrovic sono quelle commesse dagli
attori della pulizia etnica nella ex-Iugoslavia, principalmente
croati e serbi.
Il
parallelo retroattivo con gli atti di violenza perpetrati dai
sionisti nei confronti della popolazione palestinese è immediato. Lo
studioso, nel capitolo primo, ricorda che fu lo stesso Dipartimento
di Stato statunitense a definire il concetto di pulizia etnica
come espulsione forzata del maggior numero possibile di residenti
"estranei" volta ad omogeneizzare una popolazione
etnicamente mista in una particolare regione, e aggiunge che parte
essenziale della pulizia etnica è costituita dall'annullamento della
storia di quel territorio con ogni mezzo possibile.
Ancora
lo stesso Dipartimento, ricorda Pappè, indica come metodo più
comune utilizzato a tal fine sia quello di creare "un'atmosfera
che legittimi atti di rappresaglia e vendetta".
Così,
secondo le parole usate dallo stesso autore, "il risultato
finale (...) è l'insorgere del problema dei profughi. Il
Dipartimento di Stato ha considerato, in particolare, quanto avvenuto
nel maggio del 1999 a Pec, nel Kosovo occidentale. Pec fu
svuotata in ventiquattr'ore, un risultato che sarebbe stato possibile
raggiungere solo grazie ad una pianificazione pregressa seguita da
una messa in atto sistematica. Per velocizzare l'operazione ci furono
anche sporadici massacri. Quel che accadde a Pec nel 1999 ebbe
luogo, quasi allo stesso modo, in centinaia di villaggi palestinesi
del 1948".
Pappè
quindi ci fornisce senza ombra di dubbio la chiave più corretta per
interpretare il suo lavoro di ricostruzione storica della Nakba,
forse nell'intento di non lasciare nulla al caso, di non consentire
critiche inopportune e ideologicamente impostate:
incentra
la tesi della sua opera sulla convinzione che la creazione dello
stato di Israele abbia in realtà coinciso con la messa in atto di un
chiaro progetto di pulizia
etnica su
basi ideologiche e politiche.
Nella
Prefazione al suo libro, dichiara esplicitamente di voler "sostenere
la fondatezza del paradigma della
pulizia etnica"
e di volersene servire per "sostituire il paradigma della guerra
come base per la ricerca accademica e per il dibattito pubblico sul
1948". Inoltre aggiunge che
"l'adozione
del prisma della pulizia etnica permette facilmente di penetrare il
manto di complessità che i diplomatici di Israele, quasi
istintivamente, esibiscono e dietro il quale gli accademici di
Israele si nascondono abitualmente nel respingere i tentativi esterni
di criticare il sionismo e lo Stato ebraico per la sua politica e il
suo comportamento.
Come
dire: se si tratta solo di un problema di definizione, se è solo
perchè mancavano ancora le parole giuste per definire cosa è stata
realmente la costruzione dello stato di Israele, allora il problema è
all'improvviso risolto. Le atrocità della guerra nella ex-
Iugoslavia, rivelando di quanto male fosse ancora capace l'uomo
europeo, che credevamo vaccinato da fascismi, colonialismi
imperialistici, smanie di superiorità e purezza razziali,
che dopo la caduta del Muro di Berlino vedevamo lanciato verso le
magnifiche
sorti e progressive
del post guerra-fredda, sembra abbiano avuto la macabra necessità di
compiersi al fine di insegnarci le parole più adeguate a definire
ciò che già, pur senza essere detto nei modi appropriati, era
accaduto.
D.Spada.