venerdì 22 maggio 2020




Ci sono madri che, preso un foglio e delle matite colorate, consegnando il tutto al proprio figlio, lo incaricano di un disegno per lei e, nel frattempo, si concedono di sprofondare nei propri territori privati.

Altre che si occupano alacremente della preparazione della prole e, pettinata e infiocchettata, la consegnano a chi di dovere a seconda dell'orario e del calendario settimanale, per poter trascorrere gli intervalli di tempo in altre faccende affaccendate.

Altre ancora che passano il tempo a plasmare i figli in base alle regole della convenienza e del rigore fine a se stesso, privandoli della loro identità.

C'è poi quella madre che, orfana di parto, cresciuta in caserma da un padre addolorato e solo, e da zie affettuose ma fredde del calore materno, è diventata una madre che ha nascosto l'amore sotto la prassi quotidiana, la correttezza razionale, la mediazione con un marito ingombrantemente infantile, riscattandosi poi coi nipoti.

E quell'altra che, vissuta la guerra nella sua tragica devastazione, privata del modello di madre incondizionatamente amorevole, cresciuta nel totale abbandono affettivo, è giunta all'età adulta ancora bambina, comportandosi come tale con le figlie, costrette ad essere le sue confidenti sin dall'infanzia, e da adulte risucchiate dalla sua fame d'attenzione narcisistica.

E altre madri.
Come quella che ancora si intenerisce al ricordo di una pipì sparata verso l'alto da un cucciolo minuscolo e indifeso, tuttavia forte nella sua prepotenza vitale, o a quello di una focaccina calda il cui unico interesse era mangiare, dormire e lievitare.
Quella che baciava adorante paffuti piedini e curava piaghette neonatali con perizia chirurgica. Che spalmava sul culetto ustionato manate di pomata pregando che il dolore cessasse presto.
Quella che pensa con nostalgia ad un pollicetto schiacciato dal tanto succhiare, ad un naso sempre gocciolante da ripulire al grido “soffia, soffia”...
Quella che aveva accompagnato a suon di sculacciate nella strada del ritorno a casa una fantolina che, per la prima, ed ultima, aveva osato far capricci davanti alla vetrina di un negozio; che, intenta a lavare i piatti in una livida mattina invernale, scarmigliata ed assonnata, aveva respinto col piede, con violenza, un piccolo che si muoveva carponi cercando di arrampicarsi alla sua gamba.
Quella che aveva salvato da morte certa lo stesso bimbo, pronto, sul bordo del balcone di cucina, a precipitare giù.
Che aveva consolato una bimba profondamente offesa da un nonno vigile che l'aveva rimproverata per essere stata investita da un motorino sulle strisce pedonali; che l'aveva già consolata perchè una maestra l'aveva accusata di non amare Gesù Bambino.
Quella madre che più volte aveva strattonato con violenza il figlio per i suoi insuccessi scolastici, disperata non per il fatto in sé, ma per il terrore che non sarebbe riuscito a farsi valere e rispettare, a far riconoscere la sua intelligenza al mondo intero... Quella che, in un impeto di scoraggiamento, aveva pestato sul tavolino una caraffa giocattolo, rompendola davanti agli occhi della sua piccola proprietaria...
Quella stessa madre che, dopo la furia e la violenza, chiedeva scusa ai propri figli, spiegando di aver sbagliato, troppo stanca e vulnerabile. Quella madre che sempre ha ricevuto il loro generoso perdono.
Quella madre che al ritorno dal lavoro, dopo dieci, quindici ore filate di assenza, veniva aggredita da due figli affamati di coccole che la rovesciavano a terra in anticamera, con borse e tutto, e li rovinava di baci sparpagliati.
Quella madre che non sapeva quanto più dura sarebbe stata l'adolescenza, con il peso delle cose che si accumulavano non dette e che all'improvviso esplodevano, chiedendo aiuto e totale abnegazione.
Quella madre che ora è testimone di un lento definirsi e sbocciare, che ripaga, ma ancora non compiutamente. Che attende però fiduciosa. Che ancora sarebbe disposta a dare la vita per loro.