Ci
sono madri che, preso un foglio e delle matite colorate, consegnando
il tutto al proprio figlio, lo incaricano di un disegno per lei e,
nel frattempo, si concedono di sprofondare nei propri territori
privati.
Altre
che si occupano alacremente della preparazione della prole e,
pettinata e infiocchettata, la consegnano a chi di dovere a seconda
dell'orario e del calendario settimanale, per poter trascorrere gli
intervalli di tempo in altre faccende affaccendate.
Altre
ancora che passano il tempo a plasmare i figli in base alle regole
della convenienza e del rigore fine a se stesso, privandoli della
loro identità.
C'è
poi quella madre che, orfana di parto, cresciuta in caserma da un
padre addolorato e solo, e da zie affettuose ma fredde del calore
materno, è diventata una madre che ha nascosto l'amore sotto la
prassi quotidiana, la correttezza razionale, la mediazione con un
marito ingombrantemente infantile, riscattandosi poi coi nipoti.
E
quell'altra che, vissuta la guerra nella sua tragica devastazione,
privata del modello di madre incondizionatamente amorevole, cresciuta
nel totale abbandono affettivo, è giunta all'età adulta ancora
bambina, comportandosi come tale con le figlie, costrette ad essere
le sue confidenti sin dall'infanzia, e da adulte risucchiate dalla
sua fame d'attenzione narcisistica.
E
altre madri.
Come
quella che ancora si intenerisce al ricordo di una pipì sparata
verso l'alto da un cucciolo minuscolo e indifeso, tuttavia forte
nella sua prepotenza vitale, o a quello di una focaccina calda il cui
unico interesse era mangiare, dormire e lievitare.
Quella
che baciava adorante paffuti piedini e curava piaghette neonatali con
perizia chirurgica. Che spalmava sul culetto ustionato manate di
pomata pregando che il dolore cessasse presto.
Quella
che pensa con nostalgia ad un pollicetto schiacciato dal tanto
succhiare, ad un naso sempre gocciolante da ripulire al grido
“soffia, soffia”...
Quella
che aveva accompagnato a suon di sculacciate nella strada del ritorno
a casa una fantolina che, per la prima, ed ultima, aveva osato far
capricci davanti alla vetrina di un negozio; che, intenta a lavare i
piatti in una livida mattina invernale, scarmigliata ed assonnata,
aveva respinto col piede, con violenza, un piccolo che si muoveva
carponi cercando di arrampicarsi alla sua gamba.
Quella
che aveva salvato da morte certa lo stesso bimbo, pronto, sul bordo
del balcone di cucina, a precipitare giù.
Che
aveva consolato una bimba profondamente offesa da un nonno vigile che
l'aveva rimproverata per essere stata investita da un motorino sulle
strisce pedonali; che l'aveva già consolata perchè una maestra
l'aveva accusata di non amare Gesù Bambino.
Quella
madre che più volte aveva strattonato con violenza il figlio per i
suoi insuccessi scolastici, disperata non per il fatto in sé, ma per
il terrore che non sarebbe riuscito a farsi valere e rispettare, a
far riconoscere la sua intelligenza al mondo intero... Quella che, in
un impeto di scoraggiamento, aveva pestato sul tavolino una caraffa
giocattolo, rompendola davanti agli occhi della sua piccola
proprietaria...
Quella
stessa madre che, dopo la furia e la violenza, chiedeva scusa ai
propri figli, spiegando di aver sbagliato, troppo stanca e
vulnerabile. Quella madre che sempre ha ricevuto il loro generoso
perdono.
Quella
madre che al ritorno dal lavoro, dopo dieci, quindici ore filate di
assenza, veniva aggredita da due figli affamati di coccole che la
rovesciavano a terra in anticamera, con borse e tutto, e li rovinava
di baci sparpagliati.
Quella
madre che non sapeva quanto più dura sarebbe stata l'adolescenza,
con il peso delle cose che si accumulavano non dette e che
all'improvviso esplodevano, chiedendo aiuto e totale abnegazione.
Quella
madre che ora è testimone di un lento definirsi e sbocciare, che
ripaga, ma ancora non compiutamente. Che attende però fiduciosa. Che
ancora sarebbe disposta a dare la vita per loro.

Nessun commento:
Posta un commento