lunedì 16 marzo 2020


Di madre, e padre, in figlie...





Intenerirsi davanti agli uccellini accorsi a becchettare le briciole e i semi sparsi da mamma davanti alla porta di casa. Una cosa che sicuramente non aveva mai avuto il tempo di fare, mai l'attenzione, durante la sua età lavorativa.
Dentro gli si formò un groppo di pianto, e un sorriso sulle labbra. Così alla figlia, nell'accorgersi di questo piccolo miracolo.
Tenerezza sempre stata presente, mai accolta, mai riconosciuta, premiata, in mezzo alle bufere del rancore folle.
Che tutto gli fosse imputato a colpa era normale. Il maschio stupido, limitato, incapace.
Ma i maschi li facciamo noi, così.

Trovato in un mare di abbandono, contro il muro sporco di nero rigettato. Gli occhi chiusi, aspettava, implorava la morte, provando per se stesso pena, come oggetto a sé, orfano, in attesa di un ricongiungimento salvifico.
Madre, perché mi hai abbandonato?

Sul pavimento del loggiato, rosso mattone, i cavalletti appoggiati per sostenere le persiane, una alla volta da lucidare con l'olio di lino, profumato. Imparavo a lavorare, e non lo sapevo. La fatica compensata dal piacere dei gesti e dalla soddisfazione del fatto. Come poi sarebbe sempre stato.
Devono imparare a vivere.
Imparare a vivere comportò il dolore del padre, in attesa ogni volta del ritorno delle figlie. Sempre lo stesso dolore, incomunicabile, neanche alla moglie, che disprezzava l'ansia dell'attesa, il panico per i pericoli che il dovere di magister vitae lo obbligava ad affrontare, mai rifiutando un permesso ad andare fuori dal nido.

E il maschio la offese, la deluse, la tradì. Non era come sempre le avevano detto, come aveva creduto, cosa sua. Per contratto. Era fuori controllo, tutto, e tutto avrebbe dovuto essere creato, lavorato, modellato con quotidiano impegno per ricondurlo nei ranghi. Ma non aveva mai imparato a nuotare; a galleggiare, sì; a nuotare però mai, a prendere il ritmo della bracciata col mare piatto, a spezzare l'onda col mare grosso. Solo attesa, neanche paziente, resilienza.
E poi, rabbioso disprezzo, rivendicazione urlata.

Aperto l'armadio subito il suo odore. Le stoffe degli abiti appesi, il viso tuffato dentro a respirarle, col soffice del collo di pelliccia di volpe argentata. Le sottovesti di stoffe fluide, da principessa, da indossare. Lunghe sino ai piedi, con le scarpe col tacco in cui il piedino scivolava in avanti, e a camminare si faceva un suono vuoto e martellante. E le borsette erano lì, da aprire, da frugare alla ricerca di qualcosa di suo, di mio.
Seduta dentro l'armadio aperto, ad aspettare il suo ritorno dalla spesa, ricevevo come una benedizione salvifica il suono del campanello e il suo odoroso ritorno.

Quanto tempo ci vuole per accordare un'arpa? A volte, finito di farlo, rimane poco tempo per suonare...
Quanto tempo ci è voluto per accordare se stessi al mondo, alla famiglia? Tanto quanto un'intera vita... Tanto quanto serve a ritrovare la forza di iniziarne un'altra.


D.Spada.


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