Di
madre, e padre, in figlie...
Intenerirsi
davanti agli uccellini accorsi a becchettare le briciole e i semi
sparsi da mamma davanti alla porta di casa. Una cosa che sicuramente
non aveva mai avuto il tempo di fare, mai l'attenzione, durante la
sua età lavorativa.
Dentro
gli si formò un groppo di pianto, e un sorriso sulle labbra. Così
alla figlia, nell'accorgersi di questo piccolo miracolo.
Tenerezza
sempre stata presente, mai accolta, mai riconosciuta, premiata, in
mezzo alle bufere del rancore folle.
Che
tutto gli fosse imputato a colpa era normale. Il maschio stupido,
limitato, incapace.
Ma
i maschi li facciamo noi, così.
Trovato
in un mare di abbandono, contro il muro sporco di nero rigettato. Gli
occhi chiusi, aspettava, implorava la morte, provando per se stesso
pena, come oggetto a sé, orfano, in attesa di un ricongiungimento
salvifico.
Madre,
perché mi hai abbandonato?
Sul
pavimento del loggiato, rosso mattone, i cavalletti appoggiati per
sostenere le persiane, una alla volta da lucidare con l'olio di lino,
profumato. Imparavo a lavorare, e non lo sapevo. La fatica compensata
dal piacere dei gesti e dalla soddisfazione del fatto. Come poi
sarebbe sempre stato.
Devono
imparare a vivere.
Imparare
a vivere comportò il dolore del padre, in attesa ogni volta del
ritorno delle figlie. Sempre lo stesso dolore, incomunicabile,
neanche alla moglie, che disprezzava l'ansia dell'attesa, il panico
per i pericoli che il dovere di magister vitae lo obbligava ad
affrontare, mai rifiutando un permesso ad andare fuori dal nido.
E
il maschio la offese, la deluse, la tradì. Non era come sempre le
avevano detto, come aveva creduto, cosa sua. Per contratto. Era fuori
controllo, tutto, e tutto avrebbe dovuto essere creato, lavorato,
modellato con quotidiano impegno per ricondurlo nei ranghi. Ma non
aveva mai imparato a nuotare; a galleggiare, sì; a nuotare però
mai, a prendere il ritmo della bracciata col mare piatto, a spezzare
l'onda col mare grosso. Solo attesa, neanche paziente, resilienza.
E
poi, rabbioso disprezzo, rivendicazione urlata.
Aperto
l'armadio subito il suo odore. Le stoffe degli abiti appesi, il viso
tuffato dentro a respirarle, col soffice del collo di pelliccia di
volpe argentata. Le sottovesti di stoffe fluide, da principessa, da
indossare. Lunghe sino ai piedi, con le scarpe col tacco in cui il
piedino scivolava in avanti, e a camminare si faceva un suono vuoto e
martellante. E le borsette erano lì, da aprire, da frugare alla
ricerca di qualcosa di suo, di mio.
Seduta
dentro l'armadio aperto, ad aspettare il suo ritorno dalla spesa,
ricevevo come una benedizione salvifica il suono del campanello e il
suo odoroso ritorno.
Quanto
tempo ci vuole per accordare un'arpa? A volte, finito di farlo,
rimane poco tempo per suonare...
Quanto
tempo ci è voluto per accordare se stessi al mondo, alla famiglia?
Tanto quanto un'intera vita... Tanto quanto serve a ritrovare la
forza di iniziarne un'altra.
D.Spada.

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